Operazione "Libera Fortezza", i dettagli: usura ed estorsioni ai danni degli imprenditori locali


La complessa e articolata attività investigativa, convenzionalmente denominata “Libera Fortezza”, è stata avviata dalla Compagnia Carabinieri di Taurianova nel 2014 e successivamente integrata e riattualizzata, con ulteriori indagini dei carabinieri e anche con l’apporto specialistico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, acclarando ripetute condotte delittuose anche molto recenti. 

L'ORIGINE DELLE INDAGINI

La genesi dell’indagine è rappresentata da un mirato controllo dei Carabinieri della Stazione di Polistena effettuato nei confronti di un imprenditore locale, il quale confidava ai militari le numerose difficoltà economiche che stava attraversando e di essere sotto il giogo di esponenti della criminalità organizzata locale. L’uomo infatti, era stato costretto a ricorrere a svariati prestiti, risultati poi usurari e attuati con modalità estorsive. 

LE ALTRE VITTIME

Lo sviluppo dell’attività investigativa ha permesso di individuare altre numerose vittime e di appurare quindi l’esistenza di una vera e propria rete di usurai ed estortori facente capo alla nota e riconosciuta cosca di ‘ndrangheta Longo-Versace, la quale, attraverso i suoi affiliati e avvalendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e omertà del territorio, aveva lo scopo di: conseguire vantaggi patrimoniali dall’erogazione di prestiti usurari a imprenditori e commercianti in difficoltà economiche e dall’imposizione di pretese estorsive; creare un sistema di pronta reperibilità del credito, basato sulla concessione abusiva di finanziamenti al di fuori del circuito bancario autorizzato, acquisendo direttamente o indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche nei più svariati settori, per poi riciclare il denaro attraverso il reimpiego di assegni “in bianco” pretesi dalle vittime, con la compiacenza di altri imprenditori; mantenere il controllo egemonico sul territorio, realizzato attraverso la sottoposizione delle vittime ad una condizione di dipendenza economica, ma anche attraverso il compimento di atti intimidatori; commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità e individuale e le armi, e intervenire nelle controversie altrui al fine di consolidare il controllo egemonico del territorio. Tra queste ultime, numerosi sono gli episodi in cui i sodali si rivolgevano ai vertici dell’organizzazione per risolvere in proprio favore minacce ricevute, danni, truffe subite, ma anche per la raccolta della legna, o risolvere il problema della concorrenza di altri esercizi commerciali. 

L'USURA

In tale contesto, la Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, delegava al locale Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza, con particolare riferimento agli episodi di usura accertati nel corso delle indagini, appositi approfondimenti circa la natura dei prestiti personali pattuiti tra i sodali e le vittime. All’esito, valorizzando le funzioni proprie della Guardia di Finanza nella prevenzione e contrasto ad ogni forma di infiltrazione della criminalità nel tessuto economico del Paese, il Gruppo Tutela Economia del citato Nucleo P.E.F., riscontrava il superamento, in tutti i casi accertati, del tasso cd. “soglia” previsto per legge - ovvero del limite oltre il quale, nella restituzione di un prestito, si commette il reato di usura – calcolando in circa euro 144.000, gli interessi indebitamente corrisposti dai malcapitati, anche attraverso condotte estorsive aggravate dal metodo mafioso. 
Si pensi, a titolo di esempio, che in uno degli episodi di usura ricostruiti attraverso le indagini condotte dalla Compagnia Carabinieri di Taurianova, a fronte di un prestito personale originario di euro 15.000, un imprenditore ha restituito - attraverso minacce e pressioni degli indagati derivanti dallo loro vicinanza da ambienti criminali - in circa due anni, ben 55.000 euro a titolo di soli interessi, corrisposti ad un tasso usurario superiore del 200% a quello soglia, restando comunque debitore per la restituzione del capitale.
La complessiva indagine, ha consentito di delineare una comune modalità di azione degli indagati, i quali: dopo aver accuratamente individuato la vittima bisognosa e dopo aver concesso il prestito in denaro, ottenevano la promessa di restituzione di un importo decisamente maggiorato di un tasso d’interesse variabile, comunque sempre molto oneroso e nei fatti insostenibile per le vittime (in alcuni casi è stato imposto anche il 27% d'interesse su base mensile); al momento della dazione del prestito in contanti, i sodali si facevano consegnare assegni “in bianco”, di un importo comprensivo del capitale prestato e dell’interesse del solo primo mese, a titolo di garanzia in caso di inadempimento; dopo la dazione del prestito, la vittima era obbligata al pagamento di interessi mensili aggiuntivi fino a quando non fosse riuscita a restituire in un’unica soluzione, il capitale sommato all’interesse; in caso di mancato pagamento le vittime venivano minacciate e/o subivano azioni intimidatorie, facendo leva sull’appartenenza all’ndrangheta degli interessati alla restituzione; alcune vittime assumevano il ruolo ambiguo di tramite per far pervenire le minacce dei sodali a terzi soggetti, o, a loro volta, tentavano di saldare il proprio debito facendo da tramite per elargire altri prestiti usurai; creavano un articolato sistema di riciclaggio, con il coinvolgimento di più persone, finalizzato alla sostituzione di una grande quantità di assegni di provenienza delittuosa con denaro contante, che a sua volta continuava ad alimentare il sistema illecito di finanziamento. 

I RUOLI ALL'INTERNO DELL'ORGANIZZAZIONE

L’operazione ha colpito capi, discendenti e gregari della cosca di ‘ndrangheta “LONGO VERSACE” e gli inquirenti hanno documentato i rispettivi ruoli ricoperti all’interno del sodalizio mafioso, ed in particolare: Versace Luigi, Giardino Domenico e Lamanna Diego, quali capi ed organizzatori della cosca, avevano compiti di decisione delle modalità di gestione degli affari del sodalizio, di individuazione delle azioni delittuose da compiere, di valutazione della solvibilità dei debitori e di composizione delle conflittualità tra gli affiliati o con terzi appartenenti a cosche differenti; Rao Vincenzo, aveva il ruolo di organizzatore e gestore dei rapporti economici della consorteria con i numerosi debitori, destinatari di continue erogazioni del credito, nonché quale ‘contabile’ delle pendenze creditorie non ancora soddisfatte e riferibili al sodalizio; Circosta Claudio, Circosta Francesco, Ierace Fabio, Longo Francesco, Longordo Cesare, Politanò Vincenzo, Pronestì Maria, Raco Antonio, Tibullo Mariaconcetta, Valerioti Andrea, Zerbi Antonio nel ruolo di partecipi all’organizzazione di tipo mafioso, con compiti di esecuzione degli ordini e direttive dei capi, e con funzioni operative manifestatesi nel porre in essere quotidiane azioni intimidatorie, volte a mantenere il controllo del territorio polistenese, nel procacciamento delle vittime dei reati contro il patrimonio, nella riscossione dei proventi dei reati, e nella cooperazione con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo; Sposato Giovanni e Sposato Francesco Domenico, esponenti dell’omonima cosca operante in Taurianova, pur non ritenuti affiliati alla cosca “Longo-Versace”, hanno fornito determinante contributo alle finalità del sodalizio polistenese, facendo desistere, mediante minacce, due imprenditori di Taurianova ad avviare un bar-pasticceria a Polistena, concorrente ad analoga attività commerciale della predetta Tibullo Mariaconcetta (vicenda ricostruita grazie a paralleli accertamenti investigativi svolti dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria). 

LE PARENTELE CON I CAPI DELLA COSCA LONGO-VERSACE

Tra i soggetti indagati emergono figure legate da vincoli di parentela con gli storici capi cosca di Polistena, a conferma della solidità del principio familistico della ‘ndrangheta, ed in particolare: VERSACE Luigi, figlio di VERSACE Antonio cl. 1952, temuto esponente di vertice della criminalità organizzata polistenese nel periodo a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, ucciso a Polistena il 7 settembre 1991 unitamente al fratello Michele, durante una plateale esecuzione mafiosa, e di LONGO Maria Violetta, figlia del patriarca LONGO Luigi cl. 1918; LAMANNA Diego, genero di LONGO Domenico cl. 1948, a sua volta figlio del predetto defunto boss LONGO Luigi cl. 1918; GIARDINO Domenico, genero di LONGO Francesca cl. 46, anch’ella figlia del citato defunto patriarca LONGO Luigi cl. 1918; LONGO Rocco cl.1993, figlio di LONGO Francesco cl. 1968 detto “Ciccio Mazzetta”, anch’egli tra gli odierni arrestati ed esponente di assoluto rango nel contesto della criminalità organizzata locale, figlio del defunto boss LONGO Rocco cl. 31, nonché fratello di LONGO Vincenzo cl. 63, anch’egli noto esponente della cosca processato e condannato già nel processo “CRIMINE”; CIRCOSTA Francesco, genero del defunto VERSACE Antonio cl.52; RAO Vincenzo, figura centrale nell’indagine, è legato da vincoli parentali acquisiti con LONGO Giovanni cl. 66, esponente apicale dell’omonima cosca, già condannato in via definitiva nell’operazione “SCACCO MATTO”. 

MARTEDI' 16 GIUGNO 2020