Operazione Faust, Don Pino Demasi: «Molto fango gettato sulle persone. Ndrangheta al Comune non ha trovato porte aperte»


Durante la seduta di ieri del Consiglio comunale, il Presidente Borgese ha letto una riflessione di Don Pino Demasi - Parroco del Duomo e referente di Libera per la Piana - in merito alle recenti vicende che hanno interessato Polistena dopo l'operazione Faust.

"Credo che la spina dorsale della democrazia sia la responsabilità. E responsabilità deve significare non semplificare, non generalizzare ma andare in profondità. Bisogna essere capaci di distinguere per non confondere. Oggi più che mai c’è bisogno di responsabilità per non travolgere tutto e tutti", scrive Don Pino.

"Non sono mai stato convinto che la politica sia tutta sporca. Ci sono lazzaroni ma ci sono uomini e donne che ci credono e vivono la politica come servizio alla dignità delle persone. Tutto questo anche in terra di mafie. Anche a Polistena. La nostra comunità cittadina sta vivendo un momento difficile, ma bisogna evitare che alcune vicende inquinino le belle realtà che, con tutti i limiti possibili dell’umana natura, lavorano per il cambiamento".

"L’antimafia non è una carta d’identità da tirare fuori a seconda delle circostanze. E’ una scelta di vita. E a Polistena c’è chi ha fatto questa scelta anche impegnandosi in politica. E grazie a questa scelta di tanti uomini, la ndrangheta al Comune di Polistena non ha trovato porte aperte, come è successo in altre realtà. E’ questa una conquista di tutti, non solo degli amministratori che si son succeduti, i quali, chiaramente, più degli altri hanno dovuto faticare perché si arrivasse a questo traguardo. Grazie a Dio oggi possiamo affermare che il Comune di Polistena non è certamente una realtà perfetta, ma è una realtà pulita, dove la ndrangheta, pur avendoci sempre tentato, non è riuscita ad entrare".

"E allora su questo fronte dobbiamo essere uniti e dobbiamo riconoscere, difendere e valorizzare il positivo che si è riusciti a costruire: è un patrimonio da difendere; un segno di speranza per i nostri figli. Il che non significa che le forze politiche debbano rinunciare alle loro legittime valutazioni, alle loro lotte e alle loro strategie. Tutto questo, però deve avvenire, con responsabilità nel rispetto dell’avversario, della sua dignità e del suo impegno. Ed in ogni caso adoperandosi tutti perché Polistena continui ad intessere una storia di legalità e di trasparenza".

Una forte critica arriva dal Parroco del Duomo: "La mia impressione, con molta umiltà mi permetto di dirlo, è che non sempre questo è avvenuto. Anche in questo momento, molto fango è stato gettato sulle persone, la cui dignità è stata spazzata non da fatti concreti, su cui mai bisogna cedere, ma da quella politica del sospetto, frutto di quella cultura mafiosa che vogliamo combattere e da cui invece ci lasciamo travolgere proprio nei momenti in cui questo non dovrebbe avvenire".

"E vengo così al centro di una questione che mi sta veramente a cuore e che dovrebbe stare a cuore a tutta la comunità. Sin dal primo momento della mia presenza a Polistena (Settembre 1984) ho cercato di svolgere il mio servizio pastorale con un’attenzione particolare al sociale e alla lotta alle mafie. In questo impegno ha avuto la priorità il versante educativo, la cura dei ragazzi, sulle cui mani ho cercato di mettere il Vangelo e la Costituzione . Diverse generazioni sono passati dalla Parrocchia e dai luoghi di cui la stessa si è dotata, fuori dalle mura del tempio. Ai cosiddetti figli della mafia, a quelli con il cognome pesante non abbiamo mai chiuso le porte. Tutt’altro. Abbiamo dedicato loro un’attenzione particolare perché convinti che i figli non possono pagare le colpe dei padri. Su questo impegno specifico abbiamo avuto non poche sconfitte ma anche bellissime vittorie. Ragazze e ragazzi dal cognome pesante sono stati capaci di fare scelte di vita contrarie a quelle dei loro padri. Alcuni hanno lasciato la loro terra e oggi in varie realtà dell’Italia e del mondo vivono la loro vita da “bravi cristiani ed onesti cittadini” dando il loro contributo, anche in posti di responsabilità che occupano, per costruire il “noi” collettivo ed il bene comune. Altri, all’insegna dello slogan- programma di vita “cambiare per restare e restare per cambiare” sono rimasti nella loro terra, divenendo semi di cambiamento e facendo in modo che la normalità non siano l’illegalità e le furbizie, ma l’onestà e la trasparenza. Ma in questi anni la cultura del sospetto su quei cognomi pesanti ha cercato di travolgerli, ma, grazie a Dio, senza riuscire, perché la trasparenza e la loro onestà è stata ed è più forte dei sospetti e delle maldicenze".

"Anche in questa vicenda di cui si sta occupando questo Consiglio Comunale, credo si sia andati spesso da tutte le parti al di là delle legittime valutazioni politiche, incoraggiando in tal modo la cultura del sospetto. Risultato: fasce della comunità si sono sentiti autorizzati a calpestare la dignità delle persone, gettando fango in modo particolare su Marco Policaro e altri ragazzi, riconosciuti, sino a questo momento dalla magistratura non oggetto di indagine, ma semplicemente vittime di parentele, attenzionate - sì queste- in modo pesante dagli inquirenti , ai quali lasciamo il compito del risultato finale. E allora, cari amici, - mi rivolgo a tutta la comunità polistenese - dove vogliamo andare? Ha ragione Augias o invertiamo la rotta? Il problema non sono i mafiosi. Siamo noi".

"Io personalmente continuerò a dare fiducia e a stare sempre dalla parte di questi ragazzi dai cognomi e dalle parentele pesanti e non, che hanno scelto di sporcarsi le mani per cambiare sé stessi e la loro terra, senza con questo abdicare al mio dovere di vigilare, di condannare di correggere eventuali errori e/o connivenze di ogni tipo. Su questo, tranquilli, non faccio sconti né a me stesso e né agli altri. Invito tutta la comunità a interrogarsi, a riflettere e a ricostruire legami sociali, a riempire la vita di vita, di fermenti nuovi. Dall’impegno responsabile di ognuno dipende il futuro di tutti. O ci salveremo tutti o periremo tutti".

Dopo queste dure parole, Don Pino ha concluso la sua missiva con le parole "di Papa Francesco in Piazza San Pietro la sera del 27 marzo. Sono parole pronunciate in un contesto diverso ma credo abbiano la loro validità in questo momento e nella nostra comunità, al di là del Covid: “Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti, tutti. Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo… ma solo insieme.”

SABATO 30 GENNAIO 2020