Peperoncino calabrese: cosa accadeva già nel 5.500 a.C.

Popolare in tutto il mondo è il peperoncino calabrese, una spezia utilizzata da secoli e che fa parte della nostra tradizione culinaria.

Peperoncino fresco
Peperoncino fresco (Polistenanews.it)

La pianta di peperoncino, appartenente al genere Capsicum, è conosciuta sin dai tempi antichi. Secondo alcuni reperti archeologici, addirittura oltre 5 mila anni fa, nell’attuale Messico, si utilizzava questo frutto, sia fresco che essiccato, per insaporire gli alimenti. Era l’unica spezia coltivata in queste zone del Centro America, e venne importato in Europa dopo l’arrivo di Colombo.

Introdotto in Europa dagli spagnoli, il peperoncino ha iniziato a diffondersi ovunque, acclimatandosi alla perfezione nei vari paesi, e anche in nord Africa e in Asia. Tante famiglie iniziarono a coltivarlo direttamente in casa, data la facilità di gestione, sostituendolo alla cannella e alla noce moscata, più dispendiose. Il frutto fu chiamato “peperoncino”, appunto, per via del gusto piccante che agli europei ricordava quello del pepe. Nelle zone di origine, invece, veniva chiamato “chili”, e questo nome è rimasto nel tempo.

Qualche accenno sulla storia del peperoncino calabrese, in uso da secoli

Il peperoncino calabro
Il peperoncino calabro (Polistenanews.it)

La storia del peperoncino è lunga e complessa. Il frutto cresce sulla pianta di Capsicum, un arboscello perenne che raggiunge anche gli 80 centimetri di altezza, nel caso della varietà più grande. I fiori sono bianchi e a forma di stella. Il frutto è rosso acceso, di forma allungata, come un corno. I frutti sono raccolti in estate e in autunno, e si consumano freschi, essendo ricchi di proprietà.

Tuttavia, per non disperdere le proprietà, si possono polverizzare, dopo averli essiccati, oppure si possono conservare sott’olio. Il peperoncino è un frutto piccantissimo, la cui piccantezza è data dalla presenza di una sostanza, chiamata capsaicina, che provoca infiammazione, se consumata in eccesso. La piccantezza della spezia è determinata quantitativamente in unità di Scoville.

Il record di piccantezza appartiene alla varietà habanero Red Savina, che arriva quasi a 600.000 unità. Tuttavia, alcuni esperti affermano che in India è presente la varietà Naga jolokia, che arriverebbe addirittura 850.000 unità. La caseina, presente nei latticini, neutralizza la sensazione di bruciore del peperoncino, perciò, in caso di bruciori e infiammazioni, si consiglia di bere un goccio di latte, o di mangiare uno yogurt.

Il peperoncino in cucina: in Calabria è l’ingrediente essenziale

Come accennato, questo frutto ormai fa parte della tradizione culinaria italiana. In particolare, c’è il peperoncino di Calabria, famoso in tutto il mondo. In questa Regione, il peperoncino è ampiamente utilizzato per la preparazione di tantissimi piatti. Anche altri paesi hanno adottato il peperoncino come ingrediente base per la propria tradizione culinaria.

Parliamo dei paesi dell’Asia meridionale, ma anche del Medio Oriente, sebbene la pianta di Capsicum sia arrivata in questi luoghi anche molto tempo dopo l’importazione in Europa. Il peperoncino è un condimento popolare in tutto il pianeta. Nonostante il sapore pungente e l’irritazione che provoca, piace quasi a tutti. Ma questo non solo è buono, è anche salutare.

Il potere salutare della capsaicina contenuta nel peperoncino

La capsaicina che contiene svolge un effetto antibatterico, il frutto è ricco di vitamina C, è un antiossidante e antitumorale. Combatte anche i sintomi dell’influenza, alleviando raffreddore, bronchite e mal di muscoli. La capsaicina favorisce la digestione, aumentando la secrezione di muco e di succhi gastrici. Si usa anche come antidolorifico per alleviare artriti e neuropatie.

Il peperoncino rappresenta uno dei cibi preferiti di molti uccelli, i quali, a differenza dei mammiferi, non avendo uno specifico recettore nervoso in grado di percepire la piccantezza, ne vanno ghiotti. Se il peperoncino italiano, in media ha 5.000 unità di Scoville, quello calabrese ne possiede circa 15.000.

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